Un viaggio a puntate dal “turismo delle origini” al turismo di oggi
Siamo nel Rinascimento delle arti quando gli inglesi danno il via anche al rinascimento del turismo, con il lancio in grande stile del “Grand Tour”. Un viaggio mirato a far conoscere la cultura, in particolare quella europea. Il target sono dapprima gli studenti e gli intellettuali dei ceti più alti, cui si aggiungono i mercanti, che peraltro più che alla cultura sono interessati allo sviluppo degli affari. I viaggiatori provengono essenzialmente dai paesi del Nord, inglesi, tedeschi, olandesi. Molto defilati invece i popoli che posseggono un proprio ampio patrimonio culturale, come italiani e spagnoli. In breve, il “Grand Tour” inizia a essere di stimolo anche per i collezionisti d’arte che scoprono capolavori antichi che ancora nessuno protegge, molti dei quali dall’Italia finiranno in paesi stranieri dove ancora si trovano. Per tutte le categorie, comunque, il viaggio punta alle città, ricche di opere d’arte e eventi culturali e che stanno vivendo il “miracolo” dell’industrializzazione.
Ma gli inglesi non sono soltanto gli inventori del Grand Tour. La crescita dell’economia, lo sbacciare dell’industria, porta benessere e non più soltanto i nobili possono permettersi la “villeggiatura” ma anche i borghesi. Curiosamente la “spinta” al turismo, che al momento è ancora “villeggiatura” cioè “soggiorno in campagna” viene dalla medicina. Si scopre infatti la “prevenzione delle malattie”.
Per prime vengono riscoperte le terme, come “fonte di benessere e di risanamento”. Grazie ad esse nasce il “turismo nazionale inglese”, villeggiatura all’interno dei propri confini. In anni successivi si inizia a dar valore all’acqua in generale. I bagni nell’acqua di fiumi, laghi e mare, un tempo ritenuti “poco sani” e adatti solo alle “classi inferiori” o persino “immorali” (pensiamo solo all’enorme consumo di profumi di quei tempi, necessari a coprire gli odori del corpo) vengono rivalutati. L’acqua fredda ritempra e risana, si teorizza ora. Nasce così l’idea della “villeggiatura al mare” in inverno, la ragione del successo di una località come Brighton, ancor oggi metà del turismo balneare inglese. L’aria fresca, frizzante, delle località marine a paragone di quella sempre più inquinata dalle emissioni industriali, attrae sempre più persone, anche a causa della diffusione della tubercolosi, che si cerca di curare o prevenire proprio con “l’aria salubre”. Villaggi fino ad allora di nessuna importanza divengono improvvisamente, grazie all’iniziativa di privati, le mete più ambite.
Le acque marine fredde non mancano nemmeno nel nord della Germania, così come le terme. I tedeschi investono allora fondi governativi nel loro sviluppo ma commettono un errore: promuovono contemporaneamente soggiorno alle terme e soggiorno al mare, mettendoli così l’uno in concorrenza con l’altro. Questa concorrenza fra centri balneari termali e marini diviene la causa del loro minor successo in Germania.
Tornando al turismo balneare, esso era, come detto, esclusivamente orientato ad aria fredda ed acque fredde, sinonimo di salute, ma, date le temperature inglesi e della costa tedesca, poteva trattarsi solo di turismo estivo. In inverno bagnarsi nei mari del nord era impensabile.
Questo ha fornito alle coste mediterranee francesi l’idea per il lancio del turismo invernale. Se il turista desiderava acque fredde, ma non gelide, l’inverno mediterraneo poteva metterle a disposizione. Nacquero così, a metà Ottocento, la “costa azzurra” ed i grandi centri balneari francesi sul Mediterraneo. A breve distanza da paesini allora sconosciuti e oggi notissimi, vennero realizzati grandi centri con alberghi “extralusso,” nati per ospitare aristocratici “di peso”, circoli esclusivi, casinò eleganti, campi da tennis. Ancora una volta un turismo riservato a pochi fortunati e nettamente stagionale.
Fu l’America a cambiare le cose. A New York, nella zona di Long Island, iniziò, già nell’Ottocento, a svilupparsi una nuova forma di turismo, il turismo balneare estivo. Su quella scia, lentamente, anche a causa delle guerre che lasciavano dietro di sé numerosissimi reduci malridotti, necessitanti di cure, si scopersero anche in Europa i “benefici del sole e delle sabbiature” e con essi nacquero anche da noi la moda dell’abbronzatura ed il turismo balneare estivo su laghi e mari. Alle nostre latitudini ne beneficiò soprattutto il lago Maggiore.
In Italia però i bagni di mare vennero dapprima guardati con sospetto dai viaggiatori. Se la popolazione amava nuotare e bagnarsi in mare, era pure vero che le coste erano sporche e frequentate da gente assai poco raccomandabile. E poi in mare ci finiva di tutto. Da non dimenticare nemmeno il problema “paludi”, diffusissimo, legato ad un passato e presente di malattia. Ma la “grande bellezza” dei luoghi e delle opere d’arte continuava ad attrarre il turismo culturale e lentamente anche in Italia si comprese che occorreva impegnarsi in una operazione di “salvaguardia e risanamento delle coste” per renderle appetibili.
Nel frattempo, con lo svilupparsi dell’industrializzazione e la conseguente “nuova ricchezza” della classe media, la villeggiatura divenne più accessibile per una fascia molto più ampia di popolazione. L’Italia sviluppò così centri balneari con servizi adatti a turisti “meno abbienti”, piccole pensioni, hotel a basso costo, piccoli “kursaal” e balere. Era nata la “villeggiatura per tutti”. E, per chi proprio non poteva permettersi nemmeno questa furono ideate le “colonie estive” dove almeno ai bambini erano concessi svago e bagni in mare, laghi e perfino fiumi.
E sul lago d’Orta? Qui il cambiamento fu impressionante. La Riviera era stata una contea indipendente nelle mani del Vescovo di Novara e sotto l’alta sovranità del Sacro Romano Impero dal 1219 al 1767. Un luogo deputato al pellegrinaggio. Nel corso del Settecento però la provincia di Novara (che comprendeva allora anche il VCO e la Valsesia) passò, lentamente, nelle mani dei Savoia. La bella Orta e la sua Riviera furono l’ultimo territorio a cedere alla conquista, resistendo a lungo saldamente nelle mani del vescovo di Novara che, appunto soltanto nel 1767 si arrese, cedendo ai Sabaudi la sovranità ma conservando il potere sotto forma di principato vescovile. Soltanto cinquant’anni più tardi, nel 1817, con le patenti regie, la Riviera divenne completamente sabauda.
Dopo il periodo napoleonico casa Savoia istituì sul suo territorio 4 province. Novara comprendeva allora il Novarese/Borgomanerese, la Riviera d’Orta, l’attuale VCO e la provincia di Vercelli con Biella. Nel 1927, a seguito del considerevole malcontento della popolazione vercellese, Vercelli, con Biella, divenne provincia.
La “comunità della Riviera” si era risolta intanto nei suoi piccoli comuni. Nel 1863 nacquero il comune di Orta Novarese che nel 1928 inglobò l’isola divenendo “Orta San Giulio”, il comune di Gozzano e gli altri comuni del lago. Omegna, città a sé stante e non facente parte della Riviera d’Orta, inglobò nel 1928 diversi piccoli comuni delle “Terre dello Strona” di cui si considerava capitale, acquisendo nel 1939 il titolo di “città”. Riassumendo quindi, come parametro da utilizzare nel proporre formule turistiche, in teoria e storicamente: la “Riviera d’Orta, con Orta San Giulio capitale, va da Pettenasco a Nonio e si trova in provincia di Novara con l’eccezione dei due comuni “ribelli” di Cesara e Nonio. Le “Terre dello Strona” con Omegna capitale, si estendono da Gravellona Toce a Campello Monti lungo il corso del torrente Strona, comprendendo le due Quarne, e si trovano in provincia del VCO. Non trova quindi riscontro, politicamente, storicamente e geograficamente, la moderna pretesa di “fare di Omegna la capitale del lago d’Orta”.
Territorio florido tra il XVI e il XVIII secolo, periodo durante il quale si sviluppò l’artigianato locale del ferro battuto, cui si devono opere di altissimo livello, la Riviera d’Orta si piegò, a partire dall’Ottocento e soprattutto dai primi decenni del Novecento, all’industrializzazione, che iniziò ai due capi del lago, Gozzano e Omegna anche grazie alla ferrovia che nel 1884 congiunse Orta a Novara con la tratta che in anni successivi l’avrebbe unita a Omegna, Domodossola ed al valico del Sempione, rendendola internazionale.
Già dal Settecento, e pienamente dal 1850, comunque avevano cominciato ad affluire ad Orta i primi turisti stranieri, sull’onda del “Grand Tour”. Da segnalare quindi la parallela nascita dei primi alberghi: già nel 1815 Ernesto Ronchetti, con il padre, costruì a fianco dell’attuale Hotel Orta il primo albergo che ospitò dal 1855, Camillo Benso di Cavour, la regina Margherita e la regina Vittoria d’Inghilterra. L’albergo venne poi venduto nel 1919. È invece del 1876 il “Leon d’Oro”, oggi ancora nelle mani della stessa famiglia, albergo che ospitò Nino Bixio e nel maggio 1882 il filosofo Friedrich Nietsche.
Pure di fine Ottocento l’albergo Orta, oggi abbandonato, una ferita nel cuore della città. Nel 1855 nacque il “Belvedere” sulle pendici del Sacro Monte, che chiuse circa un secolo fa. Molto più recente invece il “San Rocco” nato negli anni Sessanta del Novecento dalla trasformazione di un convento di clausura seicentesco delle suore Orsoline divenuto successivamente scuola femminile e infine, appunto, hotel di lusso.
Parallelamente allo sviluppo industriale vennero aperti Hotel anche ad Omegna. Fra essi il “Croce Binaca” l’unico ancora esistente, e gli alberghi Savoia, Posta, Centrale e Prealpi, tutti scomparsi.
Nel valutare tale situazione va ricordata la tragedia del lago d’Orta, biologicamente morto a causa degli scarichi industriali sin dal 1926, quindi esattamente da un secolo fa. Questo spiega come Orta, grazie al suo inarrestabile “turismo religioso” abbia potuto sopravvivere e svilupparsi come città turistica seppur non balneabile, mentre Omegna e Gozzano, città divenute “operaie” abbiano percorso strade assai diverse senza mai “approdare” al turismo. Oggi, nonostante la riacquistata balneabilità del lago occorrono idee originali che permettano loro di “differenziarsi” ed acquisire una propria “identità turistica” diversa da quella di Orta. Quanto ad Orta stessa, la città soffre oggi di “overturism” a causa di un turismo “mordi e fuggi” che nulla lascia all’economia del paese. La città, inoltre, sta perdendo storia ed identità a causa della vendita delle case del nucleo, divenute per la gran parte residenza di vacanza. Qui sarebbe opportuno pensare a soluzioni alternative che permettano di convogliare il flusso di persone verso mete meno delicate e “distruttibili” allo scopo di preservare il nucleo antico prima che anche le “testine celtiche”, gli splendidi ferri battuti e gli altri segni rimasti di un lontano passato scompaiano causa “ristrutturazioni”. (continua)
.

